ANELLO MAGICO E I FOLLETTI

.La leggenda dell’anello magico e i folletti parla di un anello magico che era capace di assicurare potere e ricchezza a chi lo possedeva. Era nelle mani di un tal De Tacagnis, che un po’ per la spilorceria denunciata dal cognome, un po’ per i suoi poteri, era effettivamente ricco sfondato.

La Magàda, però, strega intraprendente più di ogni altra, per conquistarsi i favori del Principe delle Tenebre architettò un piano per rubare l’anello e ci riuscì, sfruttando la sua capacità di rendersi invisibile. A quel punto poteva solo sbizzarrirsi nella sua fantasia malefica, per usare i poteri dell’anello contro i poveri malcapitati. I primi furono due giovani fidanzati. Si fece loro innanzi, dunque, non subito però nelle sue reali fattezze, bensì come gentile vecchietta e addirittura offrì loro l’anello in cambio dei capelli biondi della ragazza e degli occhi azzurri del ragazzo. I due si rifiutarono e allora la Magàda, mostrando il suo aspetto terrificante, lì trasformò in due pini.

Ma proprio mentre se ne andava paga della sua malvagità, entrarono in gioco i folletti, che sempre vegliano nei boschi. Il più astuto fra loro, Piripicchio, aveva segretamente soffiato sull’anello prima che la strega lo rubasse a De Tascagnis. Ciò gli aveva conferito il potere di annullare ogni maleficio operato dalla perfida con quel prodigioso strumento.

Fu così che i folletti poterono, semplicemente danzando, cantando e spargendo una certa polverina magica, riportare i due giovani, che nulla ricordavano, alla vita umana. I piani della strega fallirono, e fallì il suo progetto di primeggiare alla corte di Belzebù. L’aspetto più comico è che neppure si rese conto di quello che era accaduto e continuò a credere nei poteri del suo anello, senza rendersi conto che i folletti lo potevano sempre annullare.

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ANELLO MAGICO E I FOLLETTI

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ANELLO MAGICO E I FOLLETTI

BOZZETTI VALTELLINESI: GIOVANNINO E LA BELLISSIMA STREGA

Uno dei bozzetti Valtellinesi: Giovannino e la bellissima strega

Né è protagonista un pastorello, Giovannino, figlio di una povera vedova, Maria.

Costui viveva, felice, nella pace non turbata da alcun pensiero, curando il suo gregge. Giunse, così, ai quindici anni, finchè, un giorno gli accadde qualcosa che lo strappò dalla sua beata spensieratezza.

Non era un giorno qualsiasi, per la verità, ma il primo giorno dell’anno, che egli, però, incurante dei festeggiamenti, trascorse come tanti altri, conducendo le sue pecore alla ricerca di qualche modesto filo d’erba nei prati ammantati di neve.

In un prato vicino alla Valle della Maga gli accadde, così, di vedere un insolito spettacolo. La neve sembrava essersi ritirata, lasciando scoperta un’ampia porzione di prato, sulla quale si erano avventate le pecore, avide di erba fresca.

Egli fu preso da viva curiosità, perché non aveva mai visto una cosa del genere: la vista dell’erba, in mezzo alla quale faceva capolino addirittura qualche piccolo fiore, lo mise in uno stato d’animo particolarmente allegro. Manifestò, così, il suo buon umore intonando un’aria improvvisata con lo zufolo, che amava suonare nei lunghi pomeriggi passati a vegliare il gregge.

Ma le sorprese era solo all’inizio: d’improvviso, come dal nulla, apparvero tre bellissime fanciulle, che gli si avvicinarono mostrando di gradire molto le sue melodie. Una in particolare, la più giovane, con una grazia e una soavità che rapirono il ragazzo, dimostrò tutta la sua simpatia. Elargì sorrisi che si impressero indelebilmente nel suo cuore, che non aveva mai conosciuto il sentimento dell’amore. Il tempo volò e venne, ben presto, la sera, in quello che era uno dei giorni più corti dell’anno: con essa venne anche per le fanciulle, il momento di prendere il congedo.

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IL FOLLETTO DEL PONTE DI SOTTOCHIESA

Il Folletto del Ponte di Sottochiesa si faceva vedere di qua e di là in tutta l’alta Val Brembana e specialmente nelle vicinanze di Taleggio. Era anche lui uno spirito, ma dispettoso e scherzoso che una la faceva e l’altra la inventava, sia di notte sia di giorno.

 

Una volta un uomo di Olda era andato a Sottochiesa per motivi di lavoro e tra una cosa e l’altra, come si fa di solito era giunta sera. Quando s’era avviato per andare a casa, giunto al ponte di Sottochiesa , sopra una profonda valletta, sentì in fondo un bambino piangere.

Guardò giù sotto il ponte e lo vide abbandonato: scese di corsa e si trovò davanti un bimbo appena nato.

Si tolse subito la giacca e la avvolse intorno al bambino. Il buon uomo rifletté con se stesso: “Ma guarda che gente cattiva vive al mondo! E che coraggio da bestia a buttar giù dal ponte un bambino così piccolo!”. Poi con amore disse al bambino: “Ti porto nella mia casa e ti cresco insieme ai miei figli, tanto un po’ di polenta ci sarà sempre anche per te”. Quando tornò sulla strada, si avviò tutto felice ninnando tra le sue braccia il bambino. Dopo un po’ sentì che il bambino pesava e gli stancava le braccia, ma lui lo strinse vicino e forte.

Dopo un po’ di tempo, s’accorse che il bambino pesava ulteriormente e il buon uomo se lo mise sulle spalle continuando a camminare. Di lì a poco s’accorse che il bambino diventava ancora più pesante e allora lo portò sulle reni.

Non era ancora arrivato sulla salita di Olda, quando avvertì di non poterlo più portare. Il buon uomo cadde a terra per il gran peso che aveva sul dorso. Nel farlo buttò giù anche la sua giacca con dentro il bambino, ma ecco che vide saltar fuori dalla giacca un folletto che rideva tutto contento e lo scherniva. Mentre egli era a terra, subitamente si trasformò in un piccolo diavolo: poteva essere alto cinquanta centimetri da terra, era tutto rosso infuocato e aveva una cosa lunga voltata all’insù. Si avventò sul buon uomo e gli tolse le scarpe dai piedi, poi sparì portandosele via.

L’uomo si avviò per la strada piena di ghiaia senza scarpe e con un gran mal di schiena: camminò ugualmente fino alla sua casa e quando arrivò si accorse che i suoi piedi sanguinavano.

Era stata una brutta avventura, ma lui era contento ugualmente perché aveva fatto la parte del buon padre di famiglia non scordando il suo dovere.

 

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LAGO DI CAREZZA (VAL DI FASSA)

Nel lago di Carezza (Val di Fassa) si vedono riflessi tutti i colori dell’iride. Mentre gli altri laghi montani sono tinti solamente di azzurro o verde.

Questa meraviglia è però frutto di un sortilegio: infatti lo stregone del massiccio del Latemar si era innamorato della bellissima Ondina, la ninfa che ne abitava le acque, e tentò più volte di rapirla. Così un giorno, consigliato dalla Stria del Masarè, fece apparire nel lago di Carezza un bellissimo arcobaleno con lo scopo di attrarre l’amata. Ma quando l’Ondina uscì dalle acque spinta dalla curiosità, vide lo stregone e fuggì spaventata. Il mago fu preso da un tale furore per l’ennesimo fallimento che prese l’arcobaleno e lo gettò in mille pezzi nel lago e da quel giorno appunto le sue acque rispecchiarono tutti i colori dell’iride.

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LA FATA-SIRENA: MELUSINA

Il re dell’Albània (Nord della Scozia), Elinas, era rimasto vedovo, per cercare di dimenticare l’amatissima moglie si dedica continuamente alla caccia. Un giorno, mentre sta vagando nel bosco, si avvicina a una sorgente e ode provenire dalle acque una voce melodiosa, che canta. È una fata, Pressina, alla quale confida il suo dolore, se ne innamora e la chiede in sposa. La fata accetta a patto che egli non assista mai alla nascita dei suoi figli. Elinas accetta e il matrimonio viene celebrato.

Pressina dopo qualche tempo partorisce tre gemelle, che chiama rispettivamente: Melusina, Palatina, Mélior. Il re che era in guerra, saputa la notizia, non tiene fede al giuramento, e si precipita al castello per vedere le figlie, così la fata lo lascia e se ne va, assieme alle piccole, alle quali spesso ripete di come loro padre sia venuto meno al giuramento.

Una volta cresciute, queste decidono di vendicare la madre per il tradimento subìto, quindi tornano in Albània, rapiscono il padre e lo nascondono dentro a una montagna. Pressina però, che è ancora innamorata del marito, una volta saputo il castigo che queste hanno inflitto a Elinas, le scaccia, e colpisce l’ideatrice con una maledizione.

Melusina è condannata a subire una trasformazione: la fanciulla ogni sabato diventa serpe dalla vita in giù, e solo se un cavaliere la sposerà e starà lontano da lei il sabato la maledizione potrà finire.

La fata-sirena Melusina vaga per il mondo alla ricerca dell’uomo che la potrà salvare, e si ferma nei pressi della Fontana delle Fate, nella foresta di Coulombièrs, nel Poitou, dove viene accettata e ospitata dalle Buone Signore.

Un giorno nella foresta compare Raimondino, figlio del conte di Forest, che insegue un cinghiale che ha ferito durante una battuta di caccia assieme allo zio, Emmerico, conte di Poitiers, suo benefattore.

Tentando di trafiggere l’animale, accidentalmente Raimondino uccide lo zio. Disperato, il giovane erra nella foresta, e lì incontra Melusina, le racconta cosa è successo e ritrova lentamente la ragione. Il giovane s’innamora perdutamente della fata e la chiede in moglie, impegnandosi a rispettare il divieto del sabato.

Raimondino chiede al nuovo conte di Poitiers un luogo nel quale costruire il suo castello, presso la Fotana delle Fate e, su consiglio di Melusina ottiene il terreno che può essere cinto da una pelle di cervo. La pelle viene tagliata in striscioline sottilissime legate tra loro, così il conte può contare su un vasto territorio nel quale costruire il castello di Lusignan, proprio sopra alla Fontana delle Fate. Melusina e Raimondino si amano, vivono nel lusso e nell’agiatezza, e hanno alcuni figli. Melusina fa costruire molte torri e castelli, addirittura chiese, rendendo Raimondino uno degli uomini più ricchi del mondo.

Ma la loro felicità è minacciata. Il fratello di Raimondino, geloso del benessere del fratello, decide di andare a trovarlo, per conoscere la moglie che gli ha fatto ottenere tanta ricchezza.

Arriva un sabato e chiede di vedere la donna, che però si nega. Indispettito, il fratello pretende una spiegazione a questa mancanza di cortesia, così Raimondino gli rivela il patto che ha stretto con Melusina di non avvicinarla mai il sabato. Il fratello allora sostiene che probabilmente Melusina dedica l’intera giornata del sabato al suo amante.

Impazzito di gelosia, Raimondino si reca di corsa nelle stanze di Melusina e la spia attraverso una fessura. Con suo grande stupore vede la moglie fare il bagno in una vasca di marmo, e scopre che dalla vita in già è un serpente. Vistasi scoperta, Melusina si tramuta, la pelle le si ricopre di squame, le spuntano le ali e lei si alza in volo e scompare per sempre, salutando Raimondino con queste parole:

“Addio mio buon cuore, addio amore mio

Addio mio grazioso amico

Addio mio prezioso gioiello

Addio il buono. Addio il dolce

Addio mio grazioso sposo

Addio amico del mio cuore

Dio ti assista, Dio ti consoli”.

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LA STORIA DELLA FATA MORGANA

Tante volte ne abbiamo sentito parlare ma conosciamo davvero la storia della fata Morgana?

Dopo aver condotto re Artù, suo fratello, ai piedi dell’Etna, Morgana non se ne andò più dalla Sicilia, dove era giunta con il suo vascello. Stabilì la sua dimora tra il vulcano e lo stretto di Messina, dove i marinai non osavano avvicinarsi a causa delle forti tempeste e si costruì un palazzo di cristallo.

Morgana abita qui da più di mille anni e di tanto in tanto richiama alla memoria Camelot, i castelli, le foreste incontaminate e altri ricordi felici. La Fata certe volte si diverte a sorprendere la gente con immagini ingannevoli.

Si dice che Morgana esca dall’acqua con un cocchio tirato da sette cavalli, per quanto abbia anche un vascello d’argento. Quando esce dal mare getta nell’acqua tre sassi e traccia dei segni nel cielo: allora il mare si gonfia, diventa come un cristallo e su di esso compaiono immagini di uomini e di città.

Padre Ignazio Angelucci dice di aver assistito ai prodigi della fata Morgana nel giorno dell’Assunta del 1643: egli racconta di aver visto dalla sua finestra il mare gonfiarsi, e poi diventare particolarmente limpido. Su questa “piazza di cristallo” si riflettevano immagini di città bellissime, pilastri, arcate e castelli; questi si trasformavano in una fuga di finestre che si tramutava a sua volta in selve, pini, cipressi e grandi teatri.

Padre Ignazio dice che aveva sentito parlare di questo fenomeno, ma di non averci inizialmente creduto; dopo averlo osservato con i propri occhi poté però affermare che era più stupefacente di quanto potesse immaginare.

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GLI SPIRITI

L’unità vivente è formata da tre elementi:
CORPO = rivestimento materiale che si lascia dopo la morte

PERISPIRITO = rivestimento di fluido che permane dopo la morte e per sempre e che segue l’anima evolvendosi con essa

ANIMA = principio intelligente ed informatore, fuoco interiore dell’essenza dell’essere.

Lo spirito nel momento della morte esce dal corpo come una spada dal fodero e riacquista la sua libertà; ma timido non sempre osa servirsene e rimane legato dalla paura e dall’abitudine ai luoghi in cui visse e continua a soffrire e piangere con quelli che divisero la sua vita.

Gli spiriti si suddividono in benigni e malvagi.

Le entità benigne ci vengono incontro per poterci guidare ed assistere giornalmente, ci aiutano a essere ben disposti verso noi stessi e verso il prossimo. Vi sentire protetti, sicuri, molto attivi e vorrete migliorare e far migliorare gli altri.

La maggior parte degli spiriti però purtroppo sono malvagi e sono dotati di minore leggerezza. Sono spiriti che vengono attratti da un circuito energetico negativo e lottano uno contro l’altro. Vince il peggiore e il più malvagio. Questo spirito mentirà, vi trarrà in inganno facendovi credere quello che non è, vi spingerà a prendere decisioni amorali nella vostra vita o vi spingerà al suicidio.

Il contatto con gli spiriti avviene in momenti particolarmente difficili della propria vita e sono loro a decidere di farsi vedere o sentire oppure grazie a sedute spiritiche. Una volta stabilito il contatto è fondamentale comprendere se è uno spirito benigno o malvagio. Se è malvagio è necessario mandarlo assolutamente indietro da dove è venuta con un forte atto di volontà e con la fede.

Per comprendere che tipo di spirito è diviene necessario porre domande: Chi sei? Come ti chiami? Qual è lo scopo della tua venuta? Quando si riceverà risposta cercare di documentarsi se effettivamente nel mondo terreno quello spirito era la persona che dice di essere. Documentarsi e provare a comprendere perché gli spiriti malvagi mentono anche sulla propria identità.

 

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CHI SONO I JINN?

Chi sono i jinn? Un argomento di cui pochi sono informati.

Ma che cos’è il jinn? O meglio chi sono? Jinn è un termine arabo che spesso viene tradotto in italiano come “genio”, è un’entità soprannaturale, intermedia fra mondo angelico e umanità, che ha per lo più carattere maligno, anche se in certi casi può esprimersi in maniera del tutto benevola e protettiva.

L’Islam accetta l’esistenza dei jinn, anche se ne disattiva pressoché tutte le potenzialità malefiche principali, limitandole a un fastidio più o meno accentuato.
Secondo la cultura islamica esistono anche jinn buoni e in grado di beneficare l’essere umano.
Essi, a differenza degli umani che avrebbero natura di terra e degli angeli la cui natura sarebbe di luce, ebbero origine dal fuoco.

La figura del jinn, più spesso sotto il nome di genio, è stata ripresa diverse volte nell’ambito del cinema e della televisione, così come delle opere letterarie. Un esempio lampante è il Genio del film d’animazione Disney Aladin. La figura del genio è presente anche in Zio Paperone alla ricerca della lampada perduta.

I Jinn sono differenti dagli uomini e dagli Angeli, ma possiedono alcune caratteristiche in comune con l’essere umano, quali ad esempio l’intelligenza, il discernimento, il libero arbitrio e dunque la possibilità di scegliere il bene e il male, il vero e il falso.

Alcuni Jinn possono volare nell’aria, altri penetrano nei cani e nei serpenti, e un’ultima categoria risiede in un luogo fisso e viaggia nei dintorni.

Secondo alcuni i Jinn non hanno corpo, che non si introducono in alcun corpo e che hanno un’esistenza indipendente. Altri dicono che i Jinn hanno un corpo, ma a questo punto troviamo ancora due diverse opinioni: alcuni sostengono che abbiano un corpo ben definito, con forme personali, e che è assolutamente possibile che il loro corpo abbia una densità non trascurabile. Secondo altri, il loro corpo è così sottile che i nostri occhi sono troppo deboli per vederlo. E’ la sola ragione per la quale noi non possiamo vederli.

I Jinn hanno poteri e capacità che oltrepassano quelle umane. Una di queste facoltà è di potersi muovere in modo straordinariamente veloce, oppure di conoscere cose che non tutti conoscono, oppure di apparire e scomparire quando e a chi desiderano.
I Jinn si sposano ed hanno dei figli e possono anche decidere di sposarsi con degli umani e mostrarsi visibili solo a chi desiderano.

Sono entità che hanno libero arbitrio e quindi possono decidere tra il bene e il male e vengono puniti o premiati in base alle loro decisioni esattamente come gli umani.

È importante conoscere la loro esistenza perché non sono rari i casi in cui vengono a contattato con noi umani come ad esempio i momenti in cui cercano di influenzare le nostre scelte sia in bene sia in male, oppure nel momento in cui si innamorano di un umano perché anche loro provano sentimenti oppure quando cercano di aiutarlo o di metterlo in difficoltà.

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